QUANDO LE DONNE VINSERO LA LORO LIBERTÀ GRAZIE AD UNA MATITA DI Alice Bettin

16 Giugno 2026 Centro Studi Grandi Migrazioni Comments Off

Il 2 giugno 2026 segna un traguardo importante per la storia della donna nell’Italia del dopoguerra. Si celebrano gli ottant’anni da questa data, che permise per la prima volta alle donne con almeno ventun anni compiuti di esprimere il proprio voto nel referendum monarchia-repubblica. Le donne finalmente acquisirono un ruolo sociale e politico che fu protagonista nella nascita della Repubblica Italiana. Dei 28 milioni di italiani al voto, la parte più numerosa votante fu costituita proprio da donne, forti dei loro primi passi verso un’emancipazione giuridica e sociale.

La posizione della donna ha iniziato così a occupare uno spazio diverso nella società: le donne massaie, prolifiche madri e “angeli del focolare” che venivano custodite con cotanta gelosia, guadagnarono un avamposto importante per l’acquisizione di diritti che oggigiorno consideriamo come intoccabili. La donna fino a quel momento era completamente esclusa dalla vita politica e da qualsiasi ruolo istituzionale e il suo lavoro non era ripagato quanto quello dell’uomo, cosa che le costringeva ad accettare un salario ridotto di circa un terzo rispetto a quello del sesso cosiddetto forte. Durante il ventennio fascista venne addirittura istituito l’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) che aveva come obiettivo primario quello di assistere madri e bambini, ma che penetrò nell’ideologia sociale vietando l’aborto e i contraccettivi, asservendo le donne a un livello di conformismo sociale e di sottomissione che le rilegava alla loro posizione di madri, togliendo loro qualsiasi spiraglio di possibilità di vita differente.

Non è solo l’importanza storica del suffragio universale a rendere onore a questo anniversario, ma anche la commemorazione delle ventuno donne che furono elette per poter contribuire alla stesura della Costituzione, premiandole ad essere parte dell’Assemblea costituente, che venne eletta per redigere e approvare il nuovo documento normativo.

Molte donne hanno parlato delle sensazioni scaturite dal loro primo voto, le stesse donne di cui oggi ricordiamo i contributi letterari con grande stima e i cui nomi risuonano nelle pagine dei libri della nostra storia.

Una voce forte che ha permeato la storia della donna in Italia è stata sicuramente Teresa Noce, nativa di Torino e operaia della Fiat dalla giovane età di 14 anni. La sua figura ha contribuito alla fondazione del Partito Comunista Italiano nel 1921 e l’ha vista protagonista della redazione della Costituzione italiana, eletta nel 1946 come Madre costituente. Noce è ricordata anche per la Legge 860 del 1950, che ha tutelato per la prima volta in Italia le lavoratrici madri, vietando il licenziamento in gravidanza, facendosi portavoce della lotta sociale alla conquista della parità dei diritti fra uomo e donna. Operaia, antifascista, partigiana, deportata e militante comunista, definisce la prima scheda elettorale segnata da una donna celebrando la sua ideologia politica, facendosi voce e strada del suo incarico che porta con fierezza e rispetto per la sua responsabilità pubblica. Rivoluzionaria Professionale. Autobiografia di una partigiana comunista (1974) è il testamento di Noce che si proclama “l’eletta dal popolo “, scelta fra le donne più conosciute, che avevano più lavorato nella Resistenza e che si erano più sacrificate per la giustizia del nuovo Paese.

Come non citare Sibilla da Aleramo, che descrive sul suo diario la sera del 2 giugno 1946 con grande commozione per un momento tanto atteso, per una libertà tanto bramata di esprimere lo sfinimento e l’irrequietezza dell’esistenza di una Donna, nel corso del Novecento. La donna che ha fatto della sua vita la materia dei suoi romanzi gode a settant’anni del diritto di voto per la prima volta, lasciando come testamento il suo diario, nel quale descrive l’avvenimento con una trepida attesa, quasi fosse l’approdo finale della realizzazione della sua esistenza. Voce femminile libera e scandalosa del Novecento, Aleramo rivendica e compie finalmente un gesto pubblico negato lei da una vita intera: segnare con una matita la sua scelta e dare giustizia al suo percorso di lotta morale. All’indomani dell’anniversario dell’esordio della sua autobiografia La Donna (1906), che celebra oggi i suoi centovent’anni, la protagonista descrive con solenne integrità il suo essere malata, che fa da controcanto all’ancoraggio di una conquista faticosa. Quasi impedita da un attacco di nevrite, il recarsi della donna al seggio e la lunga attesa della fila per deporre la scheda all’urna, la conduce al suo tanto atteso traguardo. Portatrice del baluardo del Femminismo in Italia, condanna la sterile e fragile società patriarcale basata sul dominio dell’uomo e sulla subordinazione della donna, dedicando la sua vita a smuovere le coscienze e segnando su carta l’eco dal movimento femminista inglese, guidato da Emmeline Pankhurst. Portavoce del movimento delle Suffragette, Pankhurst guidò una svolta epocale per i diritti sociali e giuridici delle donne in Inghilterra, che culminò con la concessione del diritto al voto alle donne parziale (dai 30 anni) nel 1918, esteso poi a tutte le donne nel 1928 nel Regno Unito: ben diciotto anni dopo fu concessa la stessa sorte alle donne italiane.

“Dacchè avevo letto uno studio sul movimento femminista in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sé i più profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia. Quasi inavvertitamente il mio pensiero s’era giorno per giorno indugiato un istante di più su questa parola: emancipazione che ricordavo d’aver sentito pronunciare nell’infanzia, una o due volte, da mio padre seriamente, e poi sempre con derisione da ogni classe di uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute, eravamo degli esemplari. E come un religioso sgomento m’aveva invasa. Io avevo sentito di toccare la soglia della mia verità, sentivo ch’ero per svelare a me stessa il segreto del mio lungo, tragico e sterile affanno…

Ore solenni della mia vita, che il ricordo non potrà mai fissare indistintamente e che pur rimangono immortali dinanzi allo spirito! Ore rivelatrici d’un destino umano più alto, lontano nei tempi, raggiungibile attraverso gli sforzi di piccoli esseri incompleti, ma nobili quanto i futuri signori della vita!”

(Aleramo Sibilla, Una donna, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2026, p. 85-86)

Processo ‘46 e la rivista Mercurio, mensile di politica, arte, scienze fondata da Alba de Céspedes nel 1944, lasciarono ampio spazio alla voce delle donne protagoniste della vita cittadina e non più solo madri, moglie e figlie, costrette a far tacere la propria scelta di fronte all’autorità maschile. Nelle pagine di queste riviste, sono raccolte testimonianze di vita di donne come Maria Bellonci, Anna Banti e appunto, Alba de Céspedes, che vivono e descrivono con diverse sfumature l’esperienza del loro primo voto. Il segno di una matita e l’apposizione di una croce sulla scheda elettorale diventano voce di una parte rimasta muta da sempre, assoggettata e priva di libertà. Il segno sulla scheda diventa uno sfregio che pone fine al mancato diritto di sentirsi parte di una società e apre uno spiraglio nello stordimento sociale che aveva inebriato finora le coscienze delle donne. La donna diventa elettrice e cittadina, tracciando con ingenuità infantile e il cuore in gola il primo giudizio democratico, dimostrando che il libero esercizio della propria scelta praticato per la prima volta poteva costituire un atto la cui conseguenza diretta preoccupava, addirittura sgomentava.

Ida Ramundo è invece l’eco della voce di Elsa Morante ne La storia (1974), un romanzo ambientato a Roma fra il 1941 e il 1947, nell’Italia del dopoguerra, ancora ferita dalla spaccatura sociale dei crudi avvenimenti che avevano segnato la Seconda Guerra Mondiale, come coro per una protesta verso un mondo nuovo, che incarna la fiducia compatta verso il futuro.

Il recarsi al voto di Ida viene raccontato come un momento di estremo smarrimento, un compito a lei assegnato dalle origini sconosciute, poiché non era contemplato sentirsi padrona del diritto democratico. La prima corsa al voto di Ida non viene descritta come una febbricitante attesa, ma una sorta di liberazione dalla condizione di estrema fragilità e povertà nella fatica quotidiana della sopravvivenza, un’incombenza che grava sulle sue responsabilità di donna, già troppo appesantita dalla guerra. Tutto era da ricostruire e così lei stessa si reca alle urne, totalmente smarrita, ma guidata dal suo spirito di conservazione e dall’integrità che la caratterizza, delineando la rispettabilità di una scelta forse non ancora consapevole, ma ispiratrice di coraggio. Morante ci mostra così che non per tutte le donne il primo voto venne vissuto come l’espressione della tanto attesa appartenenza ideologica, ma una risposta condizionata da delle ragioni affettive, poiché la protagonista non è ancora consapevole della forza della sua parola.

Il suffragio femminile non è stato un dono concesso, ma una conquista fondamentale ottenuta attraverso decenni di tenaci battaglie. Il voto alle donne ha segnato il passaggio da una cittadinanza debole a una partecipazione democratica matura, ponendo le basi per l’uguaglianza costituzionale e ridefinendo, in modo irreversibile, il volto della società e della politica. Ripercorrere la storia del voto alle donne attraverso le voci delle più importanti scrittrici che hanno raccontato con diverse venature la loro esperienza legata al primo voto, ci ricorda che l’acquisizione dei diritti fondamentali non è mai un’interpretazione univoca. Le conquiste del passato rappresentano oggi una responsabilità civica: un invito a difendere la parità di genere e a superare i pregiudizi culturali ancora radicati, per costruire una democrazia veramente inclusiva ed equa. Il 1946 ha rappresentato per le donne molto più dell’accesso alle urne: ha sancito il loro diritto di esistere come cittadine a pieno titolo. La presenza delle donne nelle istituzioni è diventata così il motore di un cambiamento sociale profondo, dimostrando che ogni progresso femminile è una vittoria e un arricchimento per l’intero Paese.