I libri di storia e soprattutto quelli di storia dell’arte danno il nome di Belle Époque agli anni a cavallo tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.
L’Esposizione Universale del 1900 a Parigi celebrò il progresso tecnologico, economico, sociale e artistico. Potremmo definirla come l’età dell’oro caratterizzata da scoperte scientifiche e dalle avanguardie culturali.
Tuttavia, “Belle Époque” e “età dell’oro” sono espressioni che non riflettono le condizioni di vita degli operai impiegati nelle industrie di quell’epoca né, tantomeno, dei minatori costretti a lavorare nelle anguste viscere della terra.
È vero che per gli industriali dei Dipartimenti Nord e Pas-de-Calais e, più in generale, per l’economia francese, si è trattato davvero di un’età dell’oro, di un progresso e di uno sviluppo che hanno portato ad una trasformazione della società da agricola ad industriale e al cambiamento di mestiere per migliaia di uomini che da contadini sono diventati operai. Il territorio al confine con il Belgio cambiò completamente aspetto in pochi anni; i villaggi campestri dipinti dai maestri del Realismo lasciarono spazio ad uno scenario industriale, fatto di miniere e di fabbriche. I villaggi e le campagne dell’attuale regione Hauts-de-France vennero immortalati come in una fotografia dal pennello del pittore realista Jules Breton che nacque proprio a Courrières nel 1827 da una famiglia rurale. Pittore amato e stimato dal più celebre Vincent Van Gogh, attraverso la corrispondenza con il fratello Théo, si scopre che avrebbe fatto molti chilometri a piedi per giungere fino a Courrières per incontrare il poeta-pittore e conoscere la sua arte da vicino, anche se ne rimase deluso, sia per non essere riuscito a incontrare il maestro, sia per l’impatto con il territorio che non assomigliava affatto ai quadri bucolici del passato, ma era ormai trasformato dai pozzi, dalle miniere e dai minatori diventati i nuovi abitanti.
Il bacino carbonifero della regione del Nord della Francia, conosciuto come uno dei principali poli minerari francesi, nei 270 anni di lavoro di estrazione, accolse lavoratori di ben 29 nazionalità diverse. Le comunità più significative erano costituite da algerini, arrivati soprattutto dopo la tragedia del 1906, da belgi, la maggior parte dei quali erano pendolari poiché residenti al di là del confine e inoltre da marocchini, polacchi e italiani. Il più delle volte i reclutamenti si facevano attraverso accordi bilaterali tra Stati.
Attirati da un lavoro stabile e da migliori salari, migliaia di contadini, braccianti, falegnami, fabbri, droghieri, piccoli artigiani e disoccupati diventarono minatori. Molti partirono alla cieca, non sapendo effettivamente a cosa andassero incontro. Quello del minatore, era un lavoro nuovo, sia per gli autoctoni che per gli immigrati, chiamati per necessità di manodopera.
Il bacino minerario del Nord e di Pas-de-Calais, negli anni d’oro, contava:
155 minatori, una cifra record nel 1947, riguardante varie nazionalità e molti minorenni;
000 Km di profonde gallerie;
326 terrils, “colline di scarti” che ancora oggi caratterizzano il territorio;
852 pozzi;
563 siti minerari;
2,4 miliardi di tonnellate di carbone estratto;
270 anni di sfruttamento dei minatori;
Sviluppo e ricchezza raggiunti con anni di arduo lavoro e purtroppo, pagati talvolta, con tragici incidenti: il più funesto si verificò il 10 marzo 1906.
Alle ore 6,30 scoppiò un incendio seguito da un’esplosione, fu la più grande catastrofe mineraria di tutti i tempi in Europa e la seconda al mondo con la morte di 1099 minatori. Ragazzi, uomini, figli, padri, mariti, fratelli. Tutti ragazzi e giovani-adulti dai 13 ai 40 anni. Ci furono tredici rescapés – sopravvissuti – anzi quattordici. Tredici risalirono insieme il 30 marzo, dopo aver vagato 20 giorni nel buio delle gallerie nutrendosi del pane e dei resti del cibo dei compagni oramai defunti, poiché il pasto giornaliero doveva ancora essere consumato. Una volta esaurito ciò che trovarono nelle sacche di tela, cominciarono ad alimentarsi di avena e scarti di carote destinate ai cavalli e poi, col passare dei giorni, non trovando nient’altro, mangiarono anche la carne di cavallo. Scampati alla morte perché le borracce che trovavano qua e là, cercando di trovare una via d’uscita, contenevano ancora un po’ d’acqua o del caffè oppure, in mancanza d’altro, bevendo anche la propria urina. Il quattordicesimo sopravvissuto risalì il 4 aprile, da solo perché si trovava in un’altra posizione del pozzo. I testimoni raccontarono che quando uscirono sembravano dei fantasmi e li definirono dei cadaveri viventi.
È così che, l’oro nero del riscatto sociale è diventato per migliaia di famiglie il nero del lutto.
A centovent’anni dalla tragedia, cosa rimane di Courrières?
Il Silenzio.
Il silenzio e un lungo camminamento di un chilometro inaugurato nel 2006 in occasione della commemorazione del centenario della tragedia, intitolato Parcours des rescapés – il percorso dei sopravvissuti. Un percorso in mezzo ad un bosco di betulle, scandito da ventuno alte lastre di metallo nero dov’è riportata la cronaca dei venti giorni successivi alla catastrofe e parallelamente il racconto delle manifestazioni di protesta organizzate dai sindacati contro le dure condizioni di lavoro e le scarse misure di sicurezza.
Un cammino per ricordare, passo dopo passo, i venti giorni eroicamente trascorsi dai minatori sepolti vivi nell’inferno delle buie gallerie insieme ai cadaveri dei compagni, con scene e odori orribili di sangue e corpi bruciati o asfissiati.
Un silenzio che oggi lascia spazio alla natura rigogliosa delle Ardenne, regione collinare fatta di foreste di betulle, carpini e querce, punteggiata qua e là dai terrils, colline artificiali, formate da materiale di scarto delle miniere, colline nere, una sorta di vulcano deserto dove spunta solo qualche piantina più tenace e in cima, un cratere chiuso dove si accumula l’acqua piovana.
Dal 2012, per onorare, tutelare e non dimenticare, questi luoghi sono iscritti nella lista dell’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.
1906 – 2026: COURRIÈRES 120 ANNI FA
I libri di storia e soprattutto quelli di storia dell’arte danno il nome di Belle Époque agli anni a cavallo tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.
L’Esposizione Universale del 1900 a Parigi celebrò il progresso tecnologico, economico, sociale e artistico. Potremmo definirla come l’età dell’oro caratterizzata da scoperte scientifiche e dalle avanguardie culturali.
Tuttavia, “Belle Époque” e “età dell’oro” sono espressioni che non riflettono le condizioni di vita degli operai impiegati nelle industrie di quell’epoca né, tantomeno, dei minatori costretti a lavorare nelle anguste viscere della terra.
È vero che per gli industriali dei Dipartimenti Nord e Pas-de-Calais e, più in generale, per l’economia francese, si è trattato davvero di un’età dell’oro, di un progresso e di uno sviluppo che hanno portato ad una trasformazione della società da agricola ad industriale e al cambiamento di mestiere per migliaia di uomini che da contadini sono diventati operai. Il territorio al confine con il Belgio cambiò completamente aspetto in pochi anni; i villaggi campestri dipinti dai maestri del Realismo lasciarono spazio ad uno scenario industriale, fatto di miniere e di fabbriche. I villaggi e le campagne dell’attuale regione Hauts-de-France vennero immortalati come in una fotografia dal pennello del pittore realista Jules Breton che nacque proprio a Courrières nel 1827 da una famiglia rurale. Pittore amato e stimato dal più celebre Vincent Van Gogh, attraverso la corrispondenza con il fratello Théo, si scopre che avrebbe fatto molti chilometri a piedi per giungere fino a Courrières per incontrare il poeta-pittore e conoscere la sua arte da vicino, anche se ne rimase deluso, sia per non essere riuscito a incontrare il maestro, sia per l’impatto con il territorio che non assomigliava affatto ai quadri bucolici del passato, ma era ormai trasformato dai pozzi, dalle miniere e dai minatori diventati i nuovi abitanti.
Il bacino carbonifero della regione del Nord della Francia, conosciuto come uno dei principali poli minerari francesi, nei 270 anni di lavoro di estrazione, accolse lavoratori di ben 29 nazionalità diverse. Le comunità più significative erano costituite da algerini, arrivati soprattutto dopo la tragedia del 1906, da belgi, la maggior parte dei quali erano pendolari poiché residenti al di là del confine e inoltre da marocchini, polacchi e italiani. Il più delle volte i reclutamenti si facevano attraverso accordi bilaterali tra Stati.
Attirati da un lavoro stabile e da migliori salari, migliaia di contadini, braccianti, falegnami, fabbri, droghieri, piccoli artigiani e disoccupati diventarono minatori. Molti partirono alla cieca, non sapendo effettivamente a cosa andassero incontro. Quello del minatore, era un lavoro nuovo, sia per gli autoctoni che per gli immigrati, chiamati per necessità di manodopera.
Il bacino minerario del Nord e di Pas-de-Calais, negli anni d’oro, contava:
Sviluppo e ricchezza raggiunti con anni di arduo lavoro e purtroppo, pagati talvolta, con tragici incidenti: il più funesto si verificò il 10 marzo 1906.
Alle ore 6,30 scoppiò un incendio seguito da un’esplosione, fu la più grande catastrofe mineraria di tutti i tempi in Europa e la seconda al mondo con la morte di 1099 minatori. Ragazzi, uomini, figli, padri, mariti, fratelli. Tutti ragazzi e giovani-adulti dai 13 ai 40 anni. Ci furono tredici rescapés – sopravvissuti – anzi quattordici. Tredici risalirono insieme il 30 marzo, dopo aver vagato 20 giorni nel buio delle gallerie nutrendosi del pane e dei resti del cibo dei compagni oramai defunti, poiché il pasto giornaliero doveva ancora essere consumato. Una volta esaurito ciò che trovarono nelle sacche di tela, cominciarono ad alimentarsi di avena e scarti di carote destinate ai cavalli e poi, col passare dei giorni, non trovando nient’altro, mangiarono anche la carne di cavallo. Scampati alla morte perché le borracce che trovavano qua e là, cercando di trovare una via d’uscita, contenevano ancora un po’ d’acqua o del caffè oppure, in mancanza d’altro, bevendo anche la propria urina. Il quattordicesimo sopravvissuto risalì il 4 aprile, da solo perché si trovava in un’altra posizione del pozzo. I testimoni raccontarono che quando uscirono sembravano dei fantasmi e li definirono dei cadaveri viventi.
È così che, l’oro nero del riscatto sociale è diventato per migliaia di famiglie il nero del lutto.
A centovent’anni dalla tragedia, cosa rimane di Courrières?
Il Silenzio.
Il silenzio e un lungo camminamento di un chilometro inaugurato nel 2006 in occasione della commemorazione del centenario della tragedia, intitolato Parcours des rescapés – il percorso dei sopravvissuti. Un percorso in mezzo ad un bosco di betulle, scandito da ventuno alte lastre di metallo nero dov’è riportata la cronaca dei venti giorni successivi alla catastrofe e parallelamente il racconto delle manifestazioni di protesta organizzate dai sindacati contro le dure condizioni di lavoro e le scarse misure di sicurezza.
Un cammino per ricordare, passo dopo passo, i venti giorni eroicamente trascorsi dai minatori sepolti vivi nell’inferno delle buie gallerie insieme ai cadaveri dei compagni, con scene e odori orribili di sangue e corpi bruciati o asfissiati.
Un silenzio che oggi lascia spazio alla natura rigogliosa delle Ardenne, regione collinare fatta di foreste di betulle, carpini e querce, punteggiata qua e là dai terrils, colline artificiali, formate da materiale di scarto delle miniere, colline nere, una sorta di vulcano deserto dove spunta solo qualche piantina più tenace e in cima, un cratere chiuso dove si accumula l’acqua piovana.
Dal 2012, per onorare, tutelare e non dimenticare, questi luoghi sono iscritti nella lista dell’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.
Chiara Convento
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